demons

Andrea Migno “Sostituire le gare è impossibile”

demonerosso demons

Demonerosso

8 Giugno 2026

9 min

Tra il lavoro nel box VR46, gli allenamenti e il podcast MigBabol, Andrea Migno parla del sottile equilibrio tra la vita dopo il Mondiale e un’identità che resta quella del pilota

Ci sono piloti che si ritirano e piloti che semplicemente smettono di fare le gare. Andrea Migno, romagnolo classe ‘96, appartiene decisamente alla seconda categoria. Oggi lavora nel Pertamina Enduro VR46Racing Team tra analisi video e performance dei piloti, continua ad allenarsi con moto, minimoto e al Ranch e porta avanti con successo il podcast MigBabol, spazio in cui racconta il motomondiale da una prospettiva personale e poco filtrata. 

Basta però sentirlo parlare pochi minuti per capire una cosa: “Mig” continua a sentirsi un pilota a tutti gli effetti. In questa intervista racconta l’equilibrio tra la vita dopo il Mondiale e un’identità che, in fondo, non se n’è mai andata. Dalle gare alla sicurezza, dall’Academy alla meritocrazia, passando per quella sensazione impossibile da sostituire che è vivere per correre

 

Andrea o Mig? 

“Mig” mi piace di più, perché Andrea è un po’ formale. Di solito quando uno si arrabbia con me esce fuori “Andrea”, mentre Mig va dal conoscente all’amico, anche a quello che magari non mi conosce benissimo. È un nome che ormai usano un po’ tutti, quindi dico più Mig

 

A che età hai iniziato ad andare in moto? 

Nel 2003, avevo sette anni. 

 

Da bambino sognavi già il Mondiale o volevi semplicemente correre? 

Arrivare al Mondiale è stato il mio sogno più grande. Una volta arrivato sono cambiati gli obiettivi, però il primo sogno che mi accompagnava dai tempi delle minimoto era proprio quello. Quindi sì, all’inizio corri e basta, ma con l’obiettivo di arrivarci. 

block.article_content_single_image_text

Eri più sereno quando correvi o oggi? 

Quando correvo. Fare il pilota è un mestiere vero e proprio e, come tutti gli sport, quando devi dedicarti solo a quello è impegnativo ma anche più leggero mentalmente. Quando hai dubbi o altre cose a cui pensare dici: “Accantona tutto, perché devo solo fare il pilota”

Adesso invece ho più pensieri per la testa. Prima ce n’era uno solo, ma ti prendeva tutte le energie. Oggi magari prima di qualcosa di importante posso essere un po’ nervoso, ma per tranquillizzarmi penso sempre a questo: fare una gara di Moto3 nel Mondiale era molto più difficile. Lì ero veramente teso ed emozionato. 

Quell’esperienza mi è servita per affrontare tutto il resto con più leggerezza. 

 

Il Mig bambino sarebbe orgoglioso di vederti oggi? 

Se devo pensare come pensavo da bambino… sì e no. Ero molto appassionato di moto e mi ispiravo a quelli che vincevano gare e mondiali in MotoGP. Io in MotoGP però non ci sono arrivato. 

Con la maturità ho ricalibrato questa idea del “personaggio ideale”, che valeva solo se vincevi gare o campionati in MotoGP. Quel bambino lì forse direbbe “solo in parte”; oggi invece sono molto soddisfatto. 

Il lato competitivo resta. Ti rimane il pensiero “avrei voluto continuare”, “avrei voluto arrivare ancora più in alto”, però la maturità mi fa guardare il buono di quello che c’è stato senza rimpiangere troppo quello che non c’è stato. 

Mi tengo la vittoria del Mugello, quella in Qatar, i podi e gli anni nel Mondiale. Sono più contento per quello che ho fatto che scontento per quello che non ho raggiunto. 

 

Oggi nel team VR46 cosa fai esattamente? 

Mi occupo dell’analisi e della performance di guida dei due piloti, Fabio Di Giannantonio e Franco Morbidelli. Li seguo in pista e monto dei video creando una sorta di “ghost”, come nei videogiochi di guida. Quindi c’è un’analisi sia a occhio sia supportata dai video. 

In più vivo il box, che è il mio ambiente da tutta la vita. Ci sono dinamiche per me naturali e posso dare il mio contributo in maniera spontanea. 

null
null
null
null

Ti piace questo ruolo? 

Sì, assolutamente. Anche se sto parecchio fuori dal box, perché vado in pista a vedere i piloti e passo tanto tempo al computer, mentre mi piacerebbe viverlo ancora di più e avere un ruolo che possa incidere di più sulla performance. 

Però questo è già un ruolo che mi piace, perché è il mio mondo, la mia passione, il mio ambiente

 

Tra cinque anni dove ti vedi? 

Questa è una domanda a cui, quando correvo, non sapevo rispondere. 

Ho imparato che puoi guardare avanti e darti una direzione, ma pensare troppo a cosa farò o non farò mi destabilizza. La chiave è fare bene quello che ho davanti in questo momento. 
Adesso penso a continuare con il team, col podcast e con il lavoro nell’Academy. Tra cinque anni mi vedo ancora in questo mondo. Il mio ideale sarebbe restare in MotoGP ma con un ruolo più importante. 

Ho bisogno di qualcosa che mi coinvolga totalmente, perché sostituire le gare è impossibile. Il lavoro nel team ci si avvicina fino a un certo punto, il podcast e l’Academy anche. Però fare il pilota è una sensazione che non ha eguali: vivi dalla mattina alla sera solo per quello. 

Vorrei trovare qualcosa che si avvicini il più possibile a quel livello di attenzione, dedizione e passione. 

 

Quanto spesso giri ancora in moto? 

Grazie all’Academy ho l’occasione di farlo abbastanza regolarmente. Quando ci alleniamo con le minimoto o con le moto grandi a Misano o al Mugello, se sono a casa e riesco ad andare, mi alleno anch’io. 

E una cosa ci tengo a dirla: a me non piace dire “ho smesso di fare il pilota”. Io mi sento ancora pilota. Se domani mi dicessero: “Abbiamo trovato la moto per l’anno prossimo”, io correrei. Preferisco dire che “non faccio più le gare”. 

L’ultima che ho fatto è stata una wildcard in Moto2 a Barcellona nel 2024. Ed è stata forse la gara che mi sono goduto di più in tutta la mia vita

Per il resto continuo ad allenarmi: Ranch, moto da pista, Ohvale… quello c’è ancora. 

Come vivi oggi gli allenamenti sapendo che non avrai una gara a breve? 

Chiaramente prima ero più allenato fisicamente. Vivevo tutto il giorno per quello: palestra, preparazione, allenamenti. 

Da quando non faccio più gare e ho iniziato a lavorare nel team, nell’Academy e col podcast, ho molto meno tempo da dedicare a tutto il resto. Oggi magari ho meno resistenza rispetto a chi continua a correre ad altissimo livello, tipo Bagnaia o Morbidelli. Però ho la fortuna di viverla senza pressione. Non devo dimostrare niente. È tutto meno intenso, più leggero, ma mi diverto ancora un mondo. 

Poi, quando arrivi al punto in cui pensi “ok, per migliorare devo fare questa cosa qui”, mi scattano gli stessi ragionamenti di quando correvo. La differenza è che adesso devo fermarmi. 

 

Ora un riferimento alla VR46 Riders Academy: si può essere davvero amici e poi fare sportellate in pista? 

Secondo me sì, ma fino a un certo punto: finché non ti giochi qualcosa di veramente importante e non sei un avversario diretto. 

Quando il livello di pressione sale ed entri davvero in competizione, è normale che la relazione ne risenta un po’. Non dico l’amicizia vera, ma magari dopo una sportellata pesante non torni subito amico come prima: ci vogliono un po’ di giorni per smaltirla. 

Però all’Academy siamo riusciti a coltivare l’amicizia anche dentro una situazione di forte competizione. 

 

Cambia la percezione del rischio tra i venti e i trent’anni? 

Sì, cambia. Quando sei giovane devi dimostrare tanto e sei più disposto a buttarti. Con gli anni e l’esperienza non hai più la stessa leggerezza nel voler dimostrare qualcosa. 

Poi dipende molto anche dagli infortuni, dalle cadute, dagli incidenti. È una cosa molto personale. C’è chi cade spesso e sembra quasi abituato; c’è chi magari cade poco ma quando prende una botta grossa ne rimane molto più segnato. 

Però è una cosa che succede a tutti, prima o poi. 

block.article_content_single_image_text

I piloti giovani che arrivano oggi al Mondiale sono molto diversi rispetto alla tua generazione? 

Totalmente. Io sono arrivato a 18 anni e nessuno mi aveva insegnato a guidare. Ero sostanzialmente autodidatta, non si seguiva un metodo, era tutto molto meno professionale. 

Adesso invece i giovani arrivano preparatissimi: si allenano in moto, in palestra, frequentano psicologi sportivi. Fanno campionati di preparazione che sono quasi dei mondiali e arrivano con una mentalità già da MotoGP, anche se magari non hanno ancora l’età. 

Oggi se vuoi essere al top devi essere un atleta vero. 

 

Parliamo di abbigliamento tecnico: visto che vesti Dainese da molti anni, cosa è cambiato rispetto a quando hai iniziato? 

Onestamente quando iniziai a usare Dainese era già molto avanti. Era un altro pianeta rispetto a quello che avevo usato prima: c’era già l’airbag e funzionava benissimo. Quando parti da un livello così alto è anche difficile fare progressi enormi. 

Però in dieci anni ci sono stati tanti miglioramenti nei dettagli, soprattutto in ergonomia e comfort. Se lo chiedi a qualcuno che ha vissuto venti o trent’anni di evoluzione magari ti racconta differenze enormi. 

 

Cosa miglioreresti ancora? 

Vorrei una tuta sempre più comoda e protettiva. Magari con un airbag esteso su più parti del corpo. E poi si può sempre lavorare su mobilità, ergonomia e vestibilità. 

block.article_content_single_image_text

Secondo te negli ultimi anni la sensibilità verso la sicurezza è cambiata? 

Molto, anche perché purtroppo abbiamo assistito a episodi che hanno aumentato tantissimo l’attenzione verso la sicurezza. Sia le piste sia le omologazioni dell’equipaggiamento tecnico hanno dovuto evolversi. 

È un bene, ovviamente, ma secondo me non basta mai. Non mi piace il fatto che si debba sempre arrivare all’episodio peggiore per decidere di cambiare qualcosa. 

La sicurezza dovrebbe avere sempre la priorità assoluta, prima dello spettacolo e di qualsiasi altra cosa. Però va riconosciuto che sono stati fatti passi avanti enormi. 

 

Hai la bacchetta magica: cosa cambieresti nel motorsport? 

La meritocrazia. Vorrei creare un sistema veramente meritocratico sia per entrarci sia per restarci, perché il denaro conta troppo. O sei un fenomeno oppure servono tantissimi soldi. 

Mi piacerebbe creare formule dove si entra per merito e si rimane per merito. Perché oggi puoi pagare per entrare e puoi restare senza essere pagato, ma non è giusto: è un mestiere molto difficile e molto pericoloso. Alla fine, sono i piloti a tenere in piedi un sistema che genera milioni

Quindi sì, con la bacchetta magica cambierei questo: farei in modo che si entri per merito, si rimanga per merito e si venga pagati in modo adeguato. 

 

Oggi Mig divide le sue giornate tra il box della VR46, l’Academy, il podcast e gli allenamenti in moto. Ma ascoltandolo parlare è chiaro che il filo con le gare, vissute da pilota, non si è mai spezzato davvero. E forse è proprio questa la sensazione che rimane dopo aver parlato con lui: Andrea Migno oggi fa molte cose diverse, ma continua a guardare il mondo con gli occhi di chi aspetta ancora che si spenga il semaforo.