Sofia Goggia, bergamasca classe 1992, è una figura di primo piano dello sci alpino contemporaneo, italiano e internazionale. Vincitrice per quattro volte della Coppa del Mondo di discesa libera, campionessa olimpica sempre in discesa libera ai giochi di Pyeongchang nel 2018 e protagonista costante delle discipline veloci, Sofia ha costruito la propria carriera su un percorso fatto di lavoro quotidiano e una capacità fuori dal comune di riprendersi dai momenti più complessi.
Cresciuta sugli sci fin da bambina, Goggia ha sempre avuto un’idea molto chiara di ciò che voleva diventare. Un obiettivo perseguito senza compromessi, trasformando ogni scelta in un tassello del proprio percorso sportivo e umano. Nel tempo, accanto ai risultati, è emersa una visione matura dello sci: Sofia è consapevole dell’importanza della gestione mentale e delle emozioni, dell’importanza del gruppo di lavoro ed è conscia dei rischi legati a uno sport che si corre in condizioni estreme.
In questa intervista Goggia racconta il suo rapporto con lo sci partendo dagli inizi, passando per la preparazione fisica e mentale che precede una gara, fino ad arrivare ai temi della sicurezza e della protezione, ambiti in cui è stata protagonista in prima persona come tester dell’airbag Dainese D-air® Ski già dal 2018. Ne emerge il ritratto di un’atleta concentrata e di una campionessa che continua a cercare il miglioramento tanto quanto la vittoria, e che affronta ogni gara con l’obiettivo di esprimere sé stessa fino in fondo.
Sofia, a che età hai iniziato a sciare e quando hai capito che lo sci sarebbe stato la tua vita?
“Ho iniziato a sciare a 4 anni a Foppolo, in provincia di Bergamo, e già da piccola, quando mi chiedevano cosa avrei voluto fare da grande, rispondevo « la campionessa di sci ».”
C’è stato un momento preciso in cui hai capito di poter competere davvero ai massimi livelli?
“È qualcosa in cui ho sempre creduto, da piccola andavo già forte, poco dopo sono entrata in nazionale e da lì l’obiettivo è sempre stato quello di arrivare a correre in Coppa del Mondo. È stata quindi un’evoluzione naturale, una maturazione potremmo dire, non c’è stato un momento specifico.”
Qual è stata la rinuncia più grande che hai dovuto accettare per arrivare dove sei oggi?
“Sono sincera, non mi piace parlare di rinunce, preferisco invece parlare delle scelte che ho fatto in base a ciò che avevo dentro in quel momento. Sento onestamente di non aver rinunciato a nulla nella mia vita.”
Parliamo ora un po’ della preparazione di Sofia Goggia, sia fisica che mentale, aspetto oggi cruciale come mai prima d’ora in qualsiasi sport, ma in particolare in uno dal contenuto tecnico elevato come lo sci alpino. Come ti prepari prima di una gara, per affrontarla nella migliore condizione possibile?
“Dal punto di vista mentale ed emotivo cerco di agganciarmi alle emozioni giuste, rimango concentrata su quello che so di dover fare in gara come gesto sportivo, ma anche come linee e strategie, che si studiano già durante la ricognizione. A livello fisico, invece, cerco semplicemente di fare un ottimo riscaldamento prima di schierarmi al cancelletto.”
Secondo te, quanto conta il lavoro quotidiano rispetto al talento naturale?
“Puoi avere tanto talento, ma senza un duro lavoro costante potrai essere al massimo una meteora. Se invece ti impegni quotidianamente, e hai anche del talento, ecco che crei i presupposti per ottenere successi duraturi ed essere un atleta longevo, sempre ad alto livello.”
Quanto conta l’esperienza rispetto alla forma fisica, soprattutto in situazioni difficili?
“Io credo che l’esperienza sia ciò che ti permette di gestire al meglio ogni fase della gara, è fondamentale e a volte ti aiuta ad avere più lucidità quando serve. La forma fisica conta anche lei, certo, ma secondo me conta di più la gestione di testa.”
Come gestisci le giornate in cui le sensazioni non sono quelle giuste?
“Cerco di accettarmi per quella che sono, tengo le antenne ancora più alte e cerco di dare quello che ho senza esagerare, nulla di più.”
Cosa ti motiva di più oggi: la vittoria o il percorso di miglioramento, anche attraverso le gare che non finiscono come vorresti?
“Entrambe le cose hanno lo stesso peso. Le gare in cui non riesco a esprimermi davvero mi lasciano sempre qualcosa addosso, anche del dolore, ma è proprio da lì che riparto per dare il meglio. Alla fine, credo si impari più dalle sconfitte che dalle vittorie.”
Un aspetto spesso sottovalutato da chi assiste dall’esterno ad uno sport individuale come lo sci è il lavoro di squadra, perché attorno all’atleta c’è sempre una squadra. Quanto conta per te?
“Per me conta molto, bisogna che tutte le persone che collaborano con te guardino nella tua stessa direzione. Serve inoltre un gruppo di lavoro con cui si possano avere scambi sociali anche al di fuori della pista, per creare un ambiente che sia il migliore possibile.”
Quando scii ad altissime velocità, quanto spazio c’è per l’istinto e quanto per il controllo consapevole?
“In gara si pensa poco, la pista e la strategia vanno studiate prima, durante la ricognizione. L’istinto è quello che serve per essere veloce.”
Ora, qualche domanda sulla questione sicurezza, che per noi di Dainese è centrale. Cosa pensi del livello che hanno raggiunto oggi le protezioni da sci alpino?
“Innanzi tutto, mi sento di dire che l’obbligatorietà dell’airbag da sci, di cui sono stata una delle primissime tester, per la versione femminile, già dal 2018, sia stato un notevole passo in avanti. Credo che Dainese, anche grazie all’esperienza maturata in campo motociclistico, sia anni luce avanti agli altri. Con indosso il mio abbigliamento e le mie protezioni mi sento sicura.
Quest’anno è diventata obbligatoria anche la tuta anti taglio, anche questo un bel miglioramento, gli sci sono affilati come coltelli, è essenziale proteggersi anche da quelli. Per migliorare ancora si potrebbe coprire la parte scoperta, che è il collo.”
C’è qualche aspetto della sicurezza nello sci alpino che, secondo te, non riceve ancora abbastanza attenzione, da parte degli atleti o degli organizzatori?
“Parlerei più che altro dal lato degli organizzatori, che fanno di tutto per ridurre le nostre velocità, ma allo stesso tempo disegnano tracciati con più curva, a volte creando angoli che ci portano a sopportare pressioni e forze ancor più difficili da gestire a livello fisico. In qualche occasione poi corriamo in condizioni non del tutto sicure, soprattutto quando nevica tanto e viene pulita solo la linea principale.”
Se potessi parlare alla Sofia Goggia di qualche anno fa, che consiglio le daresti?
“Le direi di credere di più in sé stessa.”