Marco Bezzecchi è stato tra i protagonisti della seconda edizione di Dainese Project Apex, la giornata che ha portato sul circuito di Misano Adriatico piloti e team di Ricerca e Sviluppo Dainese per lavorare insieme sull’evoluzione dell’abbigliamento e delle protezioni del prossimo futuro. Lontano dalla pressione del weekend di gara, il Marco Simoncelli World Circuit è diventato per un giorno un laboratorio a cielo aperto, dove esperienza, tecnologia e sensazioni dei piloti si incontrano per sviluppare ciò che verrà.
Per chi corre ai massimi livelli, la protezione non è mai un elemento separato dalla performance. Deve accompagnare ogni movimento, offrire sicurezza senza limitare la libertà sulla moto e, idealmente, diventare quasi invisibile quando tutto funziona come deve.
Marco Bezzecchi ci ha raccontato le origini della sua passione, la forma mentis di un pilota e, non ultima, l’importanza di tutte le protezioni e dell’airbag Dainese D-air®, in una continua ricerca di un equilibrio perfetto tra protezione e libertà di movimento, fondamentale per il raggiungimento della prestazione massima. Ecco cosa ci ha detto.
Marco, qual era il tuo sogno da bambino?
“Diventare un pilota di MotoGP™.”
Qual è il tuo primo ricordo legato alle moto?
“I miei genitori guardavano sempre le gare in TV la domenica, quindi mi ricordo che già da piccolo le seguivo. Il primo vero ricordo che ho ancora oggi, però, è legato a Valentino. Mi sembra fosse l'ultimo anno della classe 500, quindi il 2001. Io avevo tre o quattro anni e mi ricordo che ero seduto sulla poltrona di casa mentre guardavo una gara di Vale in televisione. Circa un anno dopo, ho iniziato anche io ad andare in moto.”
Chi è stata la persona che più di tutte ha contribuito a farti diventare il pilota che sei oggi?
“Mio papà è stato fondamentale all’inizio perché mi ha fatto iniziare, quindi sicuramente senza di lui sarebbe stato impossibile. Poi sicuramente Vale, prima come ispirazione, finché non l'ho conosciuto, e dopo anche come stimolo, consigliere ed esempio. Non voglio dire insegnante, però sicuramente è una persona da cui ho imparato e che mi ha dato tantissimo. Quindi dico mio papà Vito e Valentino.”
È tutto bello come te lo immaginavi da bambino, questo mestiere?
“Sicuramente è bello. Ci sono ovviamente anche alcuni lati negativi cui magari da piccolo non pensi, non ti immagini e non conosci neanche. Però sì, è sicuramente un mestiere bellissimo.”
Se dovessi scegliere una gara che racconta meglio la tua personalità, quale sceglieresti e perché?
“Silverstone 2026. Perché ho dimostrato che posso anche cadere forte, ma non mollo mai.”
Cos'è più difficile: vincere o confermarsi?
“Sicuramente vincere è difficile e confermarsi non è mai facile. Però, quando hai già vinto una volta, nella tua testa sai che puoi farlo. Allo stesso tempo, quando vinci diventi immediatamente l'obiettivo, il bersaglio di tutti.
Sono entrambi obiettivi difficili. Forse ripetersi è un pelo più difficile, però anche vincere per la prima volta è complicato. Diciamo che sono difficili in maniera diversa.”
Come cambia la testa di un pilota quando passi dal cercare di arrivare in MotoGP al giocarti risultati importanti in questa categoria?
“Secondo me è simile. Per quanto mi riguarda, ho sempre cercato di affrontare tutte le classi allo stesso modo: lavorando duramente a casa e cercando di impegnarmi tutti i giorni per ottenere il massimo. Sapevo che il duro lavoro mi avrebbe portato dove avrei voluto, se non avessi mollato mai.
È chiaro che finché sei in Moto3 sogni di fare bene in Moto3, ma hai anche un occhio alla Moto2. In Moto2 pensi alla MotoGP. In MotoGP invece ti concentri per fare il massimo lì, perché sai di essere al livello più alto del motorsport. La mole di lavoro cambia, ma penso che l'atteggiamento non cambi, almeno nel mio caso.”
C'è qualcosa che hai imparato o capito negli ultimi anni che avresti voluto sapere quando eri più giovane?
“Ho capito tante cose, per me però la difficoltà è più metterle in pratica su me stesso che capirle.
A mente fredda, parlando o riflettendo su quello che mi succede, magari mi rendo conto di qualcosa e dico: “Questo può essere una svolta”. Però poi riuscire a metterla in pratica nei momenti concitati è molto difficile. Quindi, più che capire e imparare tante cose, forse mi piacerebbe maggiormente riuscire a metterle in pratica.”
Com'è avere come avversari anche i tuoi compagni di allenamento? E si può battagliare in pista ed essere davvero amici fuori?
“Ci sono sicuramente delle differenze tra giocarsela con chi conosci molto bene e chi meno, anche tecniche, perché nel tempo impari a conoscere i tuoi avversari e loro imparano a conoscere te. Però quando mettiamo il casco ci trattiamo tutti allo stesso modo. È chiaro che fuori dalle gare può esserci un tipo di rapporto diverso, ma in pista no.
E poi sì, secondo me ci si può sfidare in pista ed essere amici veri, ma funziona solo se è qualcuno con cui hai un rapporto solido. Altrimenti, se è una persona appena incontrata e che magari ti sta simpatica, ma poi ci si massacra in pista per un anno, non so se la simpatia rimanga.”
C’è qualcosa che vuoi ancora imparare come pilota?
“Sì, tante cose. È difficile anche da spiegare. Per gestire un fine settimana di gara, e ancor di più per gestire al meglio un anno intero di Campionato del Mondo, serve tantissima esperienza. E comunque di imparare non si finisce mai.
Anche a livello tecnico e di guida c’è tanto da apprendere e serve continuare ad affinarla sempre, però è quasi più difficile imparare a gestire quello che succede giù dalla moto, che quello che succede una volta indossato il casco.”
Come fai a sentirti sicuro a 300 e più chilometri l’ora? Non hai mai paura?
“La paura c’è, e deve esserci. Non deve essere esagerata, ovviamente, ma serve perché ti rende più cosciente del limite. Non bisogna essere completamente incoscienti.
Da fuori potrà sembrare così, perché facciamo certe cose che alle persone che non vanno in moto, o che comunque non lo fanno per lavoro, possono sembrare assurde, ma in realtà siamo sempre consci di quello che facciamo.
È chiaro che la paura può capitare: magari nel momento in cui cadi, mentre stai rotolando, oppure quando prendi un rischio particolare. Però si trasforma quasi subito in adrenalina.
Alla fine, è come tutte le cose: se inizi a farle da bambino è diverso rispetto a quando inizi più tardi. Io mi sento sempre abbastanza sicuro. E poi comunque ci sono la tuta e il casco, che fanno la loro bella parte.”
Parliamo allora proprio di abbigliamento, con te che vesti Dainese e AGV dagli esordi. Qual è l’elemento che consideri più importante o che ti piace di più del tuo corredo?
“È tutto fondamentale, ovviamente, però il casco è quello che mi piace di più. È un bell’oggetto, proprio dal punto di vista stilistico, di sicuro è il mio preferito. Non che la tuta non lo sia, però il casco ha qualcosa in più. È quasi come se avesse una sua faccia, quindi quello che ci metti sopra rappresenta quello che sei.
Poi, appunto c’è la tuta, che è altrettanto importante. L’airbag D-air®, poi, è un sistema cui una volta abituato non puoi più rinunciare. Te ne accorgi purtroppo le prime volte che cadi. È un qualcosa irrinunciabile che dà una grande mano in molte occasioni. A volte capita di cadere talmente forte che inevitabile sentire la botta. Ma poi le riguardi in video e capisci quanto l’airbag abbia protetto, e che se non l’avessi avuto sarebbe stato peggio. Quindi sì, è una cosa che, una volta che la provi, non puoi tornare indietro. Non devi: bisogna usarlo sempre.”
Se potessi far evolvere ancora qualcosa in termini di protezioni, cosa vorresti migliorare?
“La verità è che noi per andar forte dobbiamo essere liberi muoverci tanto sulla moto e, allo stesso tempo, essere molto protetti. È un equilibrio sempre complesso da migliorare, ma secondo me stiamo continuamente evolvendo tutto di parecchio.
Se potessi esprimere un desiderio, punterei sicuramente a proteggere il collo, che è una zona delicata. Come ho detto, è difficile da proteggere, perché dobbiamo poterlo muovere molto, però, pensando ai prossimi step, sicuramente vedremo una soluzione per proteggere ancora meglio quella zona senza limitarne i movimenti.”
Qual è il tuo prossimo obiettivo?
“Tornare a vincere.”